Racconti di Pietra

Introduzione di Augusto Giuffredi

Le opere opere di Fabio Rebora parlano da sole senza alcun bisogno di commento.

Esse ci stimolano però alcune riflessioni su aspetti che esulano la lettura estetica e riguardano ambiti a mio avviso più importanti.

Esprimere un’idea rendendola “vera” e “naturale” presuppone due aspetti: il pensiero e il come tradurlo. Aspetti che lo scultore riesce a fondere con grande qualità nei suoi lavori.

Un pensiero forte non può che esprimersi in materiali altrettanto forti, questo non toglie che il processo e il risultato possano essere leggeri ed eleganti. Il raggiungimento della forma avvieneattingendo all’infinito lessico della lavorazione della pietra che Fabio conosce a fondo senza perdersi per questo nello sterile labirinto del virtuosismo fine a se stesso.

Il periodo che stiamo vivendo è costruito su falsi valori, su fragili economie, su inganni propostici quotidianamente dai media; il mondo dell’arte rispecchia questa volubile immagine.

Nelle opere di Fabio non si parla nostalgicamente del passato e nemmeno del presente, si prefigura un futuro nel quale sia ancora possibile attingere alla sorgente dell’essenza stessa dell’essere uomo.

Un mondo nel quale esistono la nobiltà del lavoro e il piacere che questo può dare. La capacità di vivere il valore assoluto e significante
dei materiali naturali e del rispetto che questi meritano.

Occorre pensare in marmo, in pietra e l’opera nasce in modo naturale e semplice come lo è il respirare.

Il tempo necessario a questa genesi è diverso da quello imposto oggi, fatto di febbrili impulsi di attimi sempre più corti e di una velocità fine a se stessa che ci fa sentire sempre in ritardo.

Il tempo dello scolpire in pietra segue un ritmo diverso fatto di assiduità, di determinazione e di pazienza, di giornate passate a pensare lavorando mettendosi alla prova in ogni momento.

Entrare nella materia è un privilegio, che spesso, anche chi lavora tutta la vita, può non provare mai.

Quando si raggiunge questo stato di equilibrio, tutto ha un senso: il soggetto, la pietra impiegata, la forma conferita, le dimensioni e lo spazio attorno.

Il risultato è una grande opera che si distingue nel mare delle piccole opere di grandi dimensioni.

La magia dei lavori di Fabio Rebora ci parla di animali mitici, di corvi “bianchi”, di cani arguti e, spesso dell’acqua, vera fonte di vita,
e dell’azione del bere come rigenerazione e rinascita verso un nuovo mondo che, anche grazie a queste sculture, ci aspetterà nel futuro.

 

 

Cenni Biografici,

a cura di Pier Paolo di Mino.

Il percorso di Fabio Rebora è fra i meno facilmente codificabili nella storia dell’arte, così come poco codificabile è la sua vita.

Nato in un piccolo paesino del Woldebradt da padre italiano e madre lettone, si chiude in disdegnoso mutismo fino all’età di dodici anni.

In seguito commenterà -nella sua maniera penetrante- questo episodio, affermando “potevo scegliere di parlare qualsiasi lingua,

ma in una scelta non c’è mai che l’illusione della libertà”.

A tredici anni parte militare falsificando la grafia del sindaco del suo paese natio, e disegnandosi due baffi finti incredibilmente veri:

è così che capisce di sapere usare la matita e di essere incline alla menzogna.

Sarà soprattutto quest’ultima qualità a dargli la possibilità di intraprendere una carriera artistica tanto folgorante, quanto del tutto inventata.

Al momento è Grande Accademico alla Regia Accademia di Belle Arti del Zugenstatd.

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